Ottavio Sgubin nasce ad Aquileia (Udine) il 22 di­cembre 1940. Frequenta l’Istituto d’arte di Trieste e già giovanissimo trova un proprio personalissimo linguaggio espressivo. Nei primi anni Sessanta Sgubin è il «pittore delle facciate», delle chiese, delle grandi superfici piatte che, sconvolgendo ogni regola prospettica di simmetria e proporzio­ne, esasperano e destrutturano il dato oggettivo di un realismo espressionistico in cui la rappresentazione sensibile è insieme trasfigurazione e inter­vento soggettivo. Guardando a ritroso, troviamo invece sin dalle prime opere alcuni elementi fon­damentali tanto tematici quanto simbolici che re­steranno costanti in tutta la sua produzione artisti­ca: dall’ossessiva e laboriosa ricerca coloristica — la predilizione per quelle tinte insieme morbide e dure dei rosa della tradizione veneziana — all’istintiva e insieme cosciente invenzione di una chiave pittorica capace di penetrare il reale e allo stesso tempo di individuarne il più mutevole e incerto relativismo. Dalla marcata geometria delle forme la ricerca si concentra nello studio del colore e della luce e finisce con l’approdare a un vibrante “chiarismo”: figure e paesaggi evanescenti dissol­vono ogni contrasto per dar sfogo a una poetica di allusioni, accenni, analogie. L’arte rappresenta una realtà tutta interiore, si risolve nella trascrizione immediata di pure percezioni filtrate da una sensibilità attiva che scompone le immagini riducendole a una scarna ed ermetica essenzialità.

Sgubin elabora codici e strumenti espressivi attraversando diversi periodi tematici, che si sviluppa­no e susseguono secondo un graduale approfondi­mento di contenuti e intuizioni. Non si tratta del resto che di “occasioni” — e l’allusione a Montale non è forse casuale — ovvero di “motivi” completa­mente interiorizzati, in cui il referente oggettivo si riduce a uno stimolo per un lavoro di scavo introspettivo. Solitudine, abbandono, muta rassegna­zione o animale attaccamento alla vita: è quanto emerge dalle opere dedicate al Terremoto del 76, e la tensione si esaspera sino al silenzio del Muro de­gli anni Ottanta — fase in cui la figura è material­mente e simbolicamente schiacciata ed emargina­ta da una piatta parete uniforme, ovvero dal potere opprimente e inesorabile dell’indifferenza. Con l’Omaggio a Tono, Sgubin rivive alcune tematiche dell’artista Zancanaro, che sente molto vicino per sensibilità artistica, che diventano ancora una volta “occasioni” di confronto e di approfondimento. E' forse da questo incontro con il mondo di Tono, dei suoi vagabondi, delle sue piazze, che nasce l’amore di Sgubin per la figura del barbone, che inizialmente rimane una sagoma avvolta in se stessa, simbolo di una introversione disperata: rigidi panneggi logori pietrificano questa figura di un immobilismo totale, e priva di apertura sul mondo. Pian piano il barbone diventa il protagonista delle tele di Sgubin, la sua presenza monumentale si immerge nel grigiore e nell’ombra delle metropoli, si nasconde tra i suoi marciapiedi, tra le sue rovine. La tragicità di questi personaggi traspare dalle pieghe rigide dei loro vestimenti, dall’immobilità della loro postura, dalla statuarietà del loro portamento. La sua ricerca tuttavia non è mai cronaca o indagine sociologica, la sensibilità dell’artista trasforma la realtà in immagini, in icone e ha il potere di tradurre figurativamente un mondo fatto di impressioni e stati d’animo. Dai Barboni di Sgubin emerge la delirante melancolia dell’abbandono e del dolore, in una drammaticità tutta umana.

Dal 1992, parallelamente ai Barboni, Sgubin ini­zia a lavorare sulle Nature morte, oggetti carichi di struggente nostalgia, bambole, conchiglie, strane forme macerate e contorte, quasi una fermentazio­ne organica sui toni grigi e bruni con formicolii di luce fantastica. Qui il mondo visionario di Sgubin si muove in un ambito di precarietà esistenziale, un mondo di grande forza espressiva carico di una strisciante valenza simbolica.

© Ottavio Sgubin 2006